Testimonianza Ammiraglio Iachino

“Alle 19.45 la radio italiana trasmise il messaggio del maresciallo Badoglio. Io mi trovavo al ministero quando fu diffuso e, dato che ero all’oscuro di tutto, ne rimasi profondamente colpito: mi recai subito nell’ufficio dell’amm. de Courten (che io conoscevo molto bene e che era stato uno dei miei comandanti di Divisione quando comandavo la Squadra nel 1942) e lo trovai insieme al Sottocapo di SM amm. Sansonetti, che stava diramando gli ordini per l’applicazione delle norme d’Armistizio.

Egli era ancora molto eccitato dagli avvenimenti che avevano colto anche lui di sorpresa, e mi disse esplicitamente che era sdegnato per essere stato tenuto all’oscuro di tutto fino all’ultimo momento. Aggiunse che, dopo aver pensato di ordinare alla Flotta di autoaffondarsi, piuttosto che consegnarsi al nemico, aveva poi finito per decidere in senso contrario; che, nello stesso senso si era espresso il Grande Ammiraglio Thaon di Revel, da lui appositamente interpellato; e mi invitò, quale ex comandante della Flotta, a esprimere esplicitamente il mio parere in proposito. io non ebbi alcuna esitazione nel dirgli che, pur deprecando il modo come si erano svolte le cose, non vedevo altra soluzione che quella già approvata dal Re, dato che essa lasciava all’Italia la speranza di un futuro miglioramento delle condizioni armistiziali. E sono tuttora convinto che quella soluzione era veramente la migliore.

Nella notte dell’8 l’amm. de Courten e i suoi più vicini collaboratori, si dedicarono ad affrontare la critica situazione che l’improvviso annunzio dell’Armistizio aveva creato in Marina. Si dovette ottenere anzitutto l’immediata cessazione delle ostilità da parte di tutte le unità navali in mare, e specialmente da parte dei sommergibili, che erano già dislocati al sud. Bisognava poi orientare i Comandi a terra sulla reale portata dell’Armistizio, informandoli delle clausole in esso contenute, che erano ancora ignote a tutti. Ma prima di ogni altra cosa bisognava far partire la Flotta dalla Spezia (e altri reparti da Genova), convincendo gli equipaggi della necessità di ottemperare lealmente alle clausole dell’Armistizio, abbandonando ogni idea di autoaffondamento delle navi.

La questione dell’autoaffondamento era stata da tempo presa in considerazione da Supermarina, e tutte le nostre navi avevano predisposto i mezzi e i modi per effettuarlo prontamente e sicuramente quando ne fosse stato dato l’ordine da Roma. Era stato stabilito che le navi sarebbero state affondate in mare aperto e in fondali elevati, ma assicurando il salvataggio di tutto il personale. Si era quindi diffusa in Squadra una mentalità che, sull’esempio delle navi tedesche dopo la prima guerra mondiale e delle navi francesi a Tolone durante la guerra in corso, riteneva opportuno e forse anche necessario far affondare le navi perché non cadessero nelle mani del nemico.

Bisognava ora cancellare questa mentalità dagli equipaggi, e convincerli invece che la consegna delle unità agli anglo-amenicani sarebbe stata la decisione migliore per la Marina e per il Paese.

L’ammiraglio de Courten si mise, la sera stessa, in contatto telefonico con l’ammiraglio Bergamini a La Spezia e gli domandò quali erano state le reazioni degli equipaggi all’improvvisa notizia dell’Armistizio. Bergamini gli disse francamente che lo stato d’animo degli ammiragli e dei comandanti, già da lui convocati non appena appresa la notizia dell’Armistizio, era unanimamente orientato verso l’autoaffondamento delle navi. Era del resto naturale che così fosse: dopo mesi di propaganda e di concioni, intese a portare gli equipaggi alla temperatura morale necessaria per accettare una prova suprema contro il nemico, non era possibile che essi d’un tratto, mutassero radicalmente pensiero e fossero pronti a consegnarsi docilmente agli Inglesi.

Riuscì piuttosto difficile a de Courten convincere Bergamini della necessità di ottenere questo amarissimo sacrificio dai suoi dipendenti, e neanche la prospettiva di un futuro ammorbidimento delle clausole armistiziali poté indurlo a imporre agli equipaggi un atteggiamento che essi consideravano contrario all’onore militare. Eppure il tempo stringeva; bisognava che Bergamini lasciasse al più presto La Spezia per sottrarre la flotta alla minaccia di un colpo di mano tedesco; non si poteva continuare a dibattere a lungo una questione intorno alla quale non sembrava, per il momento, possibile un accordo.

Per arrivare rapidamente a una conclusione, de Courten, dopo aver fatto appello al senso del dovere di tutto il personale imbarcato, assicurò che le clausole dell’Armistizio non prevedevano che la bandiera sarebbe stata ammainata, né le navi cedute a Marine straniere (non vi era infatti nessuna clausola in tal senso, ma non ve n era nemmeno nessuna che vietasse agli Alleati di farlo, se lo avessero creduto opportuno). Per facilitare il delicato compito di Bergamini, de Courten gli disse di partire al più presto per La Maddalena senza specificare agli equipaggi quale sarebbe stata la destinazione finale della Squadra “.

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